David Fincher: il cinema delle emozioni giu19

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David Fincher: il cinema delle emozioni

Se cercate degli approfondimenti sullo stile del regista statunitense David Fincher – che sia un articolo su Movieplayer o il bellissimo video del Canale Youtube NerdWriter1 – scoprirete che tutti sono d’accordo su un elemento: Fincher parla di emozioni, trasmette emozioni, usa le emozioni in ogni momento.
Questo non significa che le sua filmografia sia abitata dal melodramma: più semplicemente, o forse meno semplicemente, le storie raccontate parlano solitamente di persone e le persone provano e manifestano tantissime emozioni, anche contemporaneamente. Fincher cerca proprio di focalizzarsi su questo aspetto, sul quel “motion” che fa parte della parola “emotion” e che si riferisce a come un tormento interiore possa esprimersi o meno in superficie.

The Game

The Game

Per realizzare questo obiettivo, il regista coreografa ogni singolo fotogramma, sincronizzandosi coi suoi attori: ogni movimento dei personaggi è seguito come un’ombra da un corrispondente movimento di macchina, pan, tilt o track.
In questo modo, lo spettatore può “sentire” il movimento, creando una connessione quasi unica nel suo genere: io non mi limito a guardare cosa fa un determinato personaggio, ma mi muovo con lui, percepisco il suo dubbio, sento la sua paura, vengo colpito dallo stesso disgusto, dalla stessa disillusione.

In quanti si sono sentiti intrappolati nella cantina del presunto assassino con Robert, il protagonista di Zodiac? In quanti hanno provato enorme confusione, la stessa del Nicholas Van Orton di Michael Douglas, guardando The Game? Chi non ha condiviso i dubbi di Nick, marito incastrato nel meraviglioso Gone Girl?
Per non parlare poi dell’alienazione che si prova in modo costante nel guardare Fight Club.

Seven

Seven

David Fincher non tocca temi facili, le sue emozioni non sono mai semplici e piatte: sono complesse, mischiate, in contraddizione fra loro, tremendamente vere. Nei vicoli della città grigia e distaccata in cui è ambientato Seven sembra quasi di poter sentire l’odore della spazzatura: lo stile della regia è così complesso, articolato e preciso che è impossibile rimanere indifferenti anche a una sola scena.

Suicidio, omicidio, vendetta, insoddisfazione, desiderio di affermazione, rabbia, disillusione, menzogna, disagio esistenziale, squallore: i film disturbanti di Fincher, insieme interiori ed esteriori, emotivi e distaccati, cerebrali e viscerali, hanno contribuito ad affermare questo regista come uno dei migliori della sua generazione, sempre alla ricerca del miglior modo per esprimere il male di vivere che tutti, chi più chi meno, proviamo.