Yurei: il culto dei morti in Giappone Apr11

Yurei: il culto dei morti in Giappone...

Nel nostro blog abbiamo già parlato della mitologia giapponese, nominando – fra gli altri – anche gli Yurei, gli spiriti dei defunti. Il loro ruolo è fondamentale nella tradizione nipponica e deriva da un culto molto profondo, tramandato di generazione in generazione: vediamolo nel dettaglio! Yurei: cosa succede agli spiriti dei defunti? Secondo un’antica tradizione giapponese, dopo la dipartita, lo spirito di un defunto – chiamato Reikon – rimane 49 giorni nei pressi del luogo della morte, attendendo il proprio destino: se i riti funebri vengono svolti correttamente e non persistono legami con i vivi, l’anima può continuare il proprio percorso, raggiungendo gli antenati nell’aldilà. Potrà tornare a visitare i vivi una volta l’anno, ad agosto, in occasione della festa di Obon. Quando, però, questo passaggio non viene assicurato, i funerali non vengono svolti o persistono stretti legami che ancorano lo spirito al mondo dei vivi (il defunto non ha, per esempio, portato a termine i suoi compiti e sente l’obbligo morale, detto ON, di rimanere sulla Terra), il Reikon diventa Yurei, un vero e proprio fantasma che può infestare persone, luoghi e cose. Capelli neri, un’ampia veste bianca, braccia tese ma mani penzoloni e alcune fiammelle blu che li accompagnano ovunque, gli Yurei non sono né buoni né cattivi, ma si rivolgono ai vivi per cercare aiuto: sono il risultato di una morte violenta (e in quel caso potrebbero tormentare gli assassini) e di forti emozioni che li tengono intrappolati. Invocazione ed esorcismo Invocare la presenza di un Yurei non è difficile. Secondo la tradizione, infatti, basta partecipare al “gioco” Hyakumonogatari Kaidankai: ci si riunisce in gruppo e, a turno, si racconta una storia horror, spegnendo al termine una candela (o una fonte di luce). Quando l’ultima luce sarà spenta, il fantasma si...

Black Knight: satellite o detrito? Apr03

Black Knight: satellite o detrito?...

L’11 dicembre del 1998, l’astronauta Jerry Ross si trovava all’esterno dello Space Shuttle Endeavour, impegnato nelle attività necessarie per collegare il modulo statunitense Unity a quello russo Zarja e iniziare, così, ad assemblare la ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. Il lavoro svolto all’esterno della cabina prevedeva anche l’isolamento di alcuni perni metallici con una coperta termica: durante l’operazione Ross perse, però, la presa sul rivestimento, che cominciò ad allontanarsi lentamente dal nucleo della stazione, fluttuando. Gli astronauti rimasti sullo Shuttle scattarono immediatamente alcune foto dell’oggetto, discutendo anche sulla possibilità di recuperarlo: l’idea venne scartata e la coperta venne classificata come “detrito” in orbita intorno alla Terra. La serie di fotografie, però, mostrava qualcosa di strano: in alcune immagini, infatti, la coperta in controluce era completamente nera e i riflessi del sole la facevano quasi sembrare metallica. Gli ufologi si concentrarono in modo particolare proprio su queste istantanee, dando vita alla leggenda del Satellite Black Knight. Black Knight: fra realtà e speculazioni A supportare la teoria secondo la quale quelle foto mostrerebbero un satellite extraterrestre in orbita attorno al nostro pianeta ci sarebbero almeno due storie, molto precedenti al 1998. Nel 1954, infatti, il ricercatore di UFO Donald Keyhide divenne famoso raccontando che l’Air Force aveva individuato due satelliti di origine sconosciuta in volo attorno alla Terra: all’epoca, non esistevano ancora dispositivi terrestri e la notizia fece – a suo modo – scalpore. Pochi anni dopo, nel ’60, fu la Marina a diventare protagonista di un rilevamento interessante e misterioso: la US Navy, infatti, avvistò un oggetto nero volare a un’orbita di 79° rispetto all’Equatore, tenendo una traiettoria piuttosto strana e un periodo orbitale di circa 104 minuti. La scoperta venne, però, giustificata sostenendo si trattasse di uno dei frammenti del Discoverer VIII, lanciato senza...

Il mistero della SS Ourang Medan Mar21

Il mistero della SS Ourang Medan...

I misteri marittimi, per quanto terribili come la storia che racconteremo fra poco, conservano sempre un certo fascino: sembra quasi che il mare riesca a tenere per sé dei segreti impossibili da scoprire e che – per questo motivo – ci attiri nonostante il freddo, l’isolamento, la morte. Ed è proprio di morte che si parla quando si fa riferimento alla SS Ourang Medan, una nave mercantile olandese che, negli anni ’40, avrebbe subito un tragico destino. Giugno 1947. Due navi statunitensi, la “Città di Baltimora” e la “Silver Star” stanno navigando nello stretto di Malacca quando riescono a intercettare un messaggio proveniente dalla SS Ourang Medan (il nome deriva, probabilmente, dall’indonesiano e potrebbe essere tradotto con “Uomo di Medan”, la città più grande dell’isola di Sumatra). Il messaggio, in Morse, è inquietante: “Tutti gli ufficiali, tra cui il capitano della nave e l’equipaggio intero, giacciono morti in sala nautica e sul ponte. Forse su tutta la nave non restano superstiti… Anche io sento arrivare il mio momento, aiutatemi“. La prima imbarcazione a raggiungere la nave olandese e la Silver Star: a chi giunge sul ponte si presenta una scena terribile. L’intero equipaggio giace morto a terra, i corpi sono disseminati ovunque. Non ci sono segni di lotta, non c’è confusione, sui cadaveri non ci sono elementi che facciano pensare ad aggressioni violente, ma il volto di quasi tutti è segnato dal terrore, alcuni hanno anche le braccia tese verso l’alto, come a cercare aiuto. La Silver Star fa l’unica cosa possibile: aggancia la SS Ourang Medan e cerca di trainarla verso il porto più vicino, nella speranza che delle indagini possano spiegare cosa sia effettivamente successo sulla nave. Durante il trasporto, però, qualcosa di strano accade: il mercantile olandese prende fuoco e affonda...

Brian Jones e Jim Morrison: il mistero del 3 luglio Lug03

Brian Jones e Jim Morrison: il mistero del 3 luglio...

Brian Jones e Jim Morrison, rispettivamente fondatore e chitarrista dei Rolling Stones e fondatore e cantante dei The Doors, sono accomunati da più di un elemento: entrambi appassionati di musica, entrambi geniali, entrambi noti per il carattere un po’ difficile, entrambi morti – a 27 anni – in circostanze sospette. Entrambi nella notte fra il 2 e il 3 luglio (’69 per Jones e ’71 per Morrison). BRIAN JONES Il 2 luglio del 1969, Brian Jones si trovava a Cotchford Farm, la sua residenza dell’East Sussex originariamente appartenuta ad A. A. Milne, papà di Winnie The Pooh: con lui c’erano la fidanzata Anna Wohlin, l’imprenditore edile Frank Thorogood e la sua presunta ragazza Janet Lawson, di professione infermiera. Thorogood si occupava da diverso tempo, a rilento e non senza problemi, della ristrutturazione della casa e – per gestire al meglio i lavori – viveva sopra il garage: i rapporti con Jones si stavano facendo progressivamente più complicati, un po’ per colpa degli interventi non sempre eseguiti al meglio, un po’ per colpa dello stesso musicista, noto per il caratteraccio. Il chitarrista, infatti, alternava senza una vera motivazione stati di calma e allegria e stati di agitazione, con uscite arroganti e violente – psicologicamente e verbalmente – nei confronti in particolare delle donne: la difficoltà a relazionarsi, l’ansia, la paranoia e l’insicurezza avevano determinato alla fine anche l’espulsione di Jones dagli Stones, avvenuta in via ufficiale il 9 giugno precedente. Alle 22.30 di quel 2 luglio, quindi, Brian e Anna stavano guardando la televisione, quando Jones aveva deciso di chiamare gli altri due coinquilini per un drink a bordo piscina: i quattro alternarono brandy, vodka e whisky. Jones assunse anche degli ansiolitici. Intorno a mezzanotte, il chitarrista aveva proposto un tuffo in piscina: l’unico ad...