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Il caso O.J. Simpson

Orenthal James “O.J.” Simpson è uno dei più grandi giocatori di football della storia americana: inizia la sua carriera nei campionati universitari ed è così bravo, così veloce, da venire promosso a professionista nella NFL nel ’69.
Gioca per 11 stagioni con i Buffalo Bills e poi per due anni con i San Francisco 49ers: nel ’73, al picco della carriera, è il primo giocatore in assoluto a correre più di 2000 iarde in 14 partite della stagione.

Abbandonato lo sport, decide – grazie alla fama conquistata con i successi sportivi e l’amore che il pubblico prova incondizionatamente nei suoi confronti – di tentare con la carriera d’attore: contrariamente a quanto si possa pensare, i suoi risultati sono piuttosto buoni e riesce persino a dar vita a qualche personaggio iconico, come lo sfortunatissimo Nordberg della serie “Una Pallottola Spuntata”.

O.J. Simpson è famoso.
O. J. Simpson è ricco ed ha moltissimo seguito.
Ma O.J. Simpson ha anche più di un problema con la legge: oggi, per esempio, è chiuso in prigione, condannato nel 2008 a 33 anni di reclusione per rapina a mano armata e sequestro di persona.

Il “caso O.J. Simpson” più famoso, però, è un altro e riguarda il duplice omicidio della seconda ex moglie del giocatore – Nicole Brown – e del cameriere venticinquenne Ronald Lyle Goldman.

1994 Premiere "Naked Gun 33 1/3"

IL CASO O.J. SIMPSON

O.J. e Nicole si erano sposati nel 1985 e insieme avevano avuto due figli: 7 anni di matrimonio scanditi, però, da violenze ripetute e accuse, fino al divorzio definitivo richiesto dalla Brown nel 1992.
Lei si era trasferita in un condominio di Brentwood e lui aveva continuato con la sua carriera.

Secondo la ricostruzione, la sera del 12 giugno del 1994, Nicole Brown era andata con la madre al vicino ristorante Mezzaluna, dove lavorava anche Goldman. Accortasi che, dopo la cena, la madre aveva dimenticato gli occhiali sul tavolo, la Brown aveva contattato il locale e Goldman si era offerto di riportarglieli a fine turno.

I due furono sorpresi dall’assassino fuori dal condominio, mentre in casa dormivano i figli della donna: 12 coltellate alla Brown e una profonda ferita alla gola, che l’aveva quasi decapitata; 20 coltellate a Goldman.
Senza la presenza di testimoni, i due vennero ritrovati solo molte ore dopo.

Gli investigatori intervenuti sul posto pensarono subito a O.J. Simpson e tentarono di contattarlo, scoprendo che l’ex giocatore era partito poco dopo le 23.00 per Chicago: raggiunto al telefono, O.J. accettò di tornare a Los Angeles, senza mostrarsi sorpreso, senza nemmeno chiedere come fosse morta l’ex moglie.
Arrivato in città venne ammanettato e trasportato alla centrale, ma venne rilasciato dopo poche ore: a quel punto, Simpson decise di chiedere l’aiuto del famoso avvocato Robert Shapiro.

Pochi giorni dopo, gli investigatori trovarono nel giardino tracce di sangue riconducibili all’attore e formularono un’accusa formale di duplice omicidio, comunicata a Shapiro alle 08.30 della mattina del 17 giugno: secondo le richieste delle autorità, Simpson si sarebbe dovuto consegnare spontaneamente entro le 11.00.

Le cose, però, non andarono così: salito sulla Ford Bronco dell’amico Cowlings – alla guida – e armato di pistola, diede vita a uno degli inseguimenti in auto più famosi della storia televisiva americana, il così detto “The Bronco Chase”.
Seguita da 75 milioni di persone, la caccia finì alle 19:45, quando O.J. chiese all’amico di riportarlo a casa. Impiegò ancora un’ora e diverse minacce di suicidio prima di scendere definitivamente dall’auto per essere arrestato.

Il processo iniziò, quindi, nel gennaio del ’95: l’accusa vedeva impegnati gli avvocati Marcia Clark e Christopher Darden – che puntavano a dimostrare le tendenza violente dell’imputato e la pericolosa gelosia nei confronti dell’ex moglie – la difesa vedeva, invece, un vero e proprio “dream team”, composto da Shapiro, F. Lee Bailey, Alan Dershowitz, Robert Kardashian, Gerald Uelmen, John Yahoe, Carl E. Douglas e due esperti di DNA, Barry Scheck e Peter Neufeld.

Murder defendant O.J. Simpson (R), prosecutor Marc

Il gruppo scelse una strategia potenzialmente pericolosa, cioè quella basata sulla trasformazione del caso in un processo razziale: gli avvocati cercarono di dimostrare, anche screditando gli investigatori, che O.J. Simpson era stato preso di mira perché famoso, ricco e, soprattutto, di colore.

Il momento cardine del processo fu sicuramente quello della prova regina, i guanti usati dall’assassino: l’imputato cercò di indossarli, ma risultarono troppo piccoli.
In quell’occasione venne pronunciata l’ormai famosissima frase: “If it doesn’t fit, you must acquit”, cioè “se non gli stanno, dovete assolverlo”.

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La giuria fece proprio questo, assolvendo O.J. Simpson da ogni accusa poco più di un anno dopo l’inizio del processo.

Ciò che, però, rende questo caso quasi unico nel suo genere – oltre all’elemento emotivo e al coinvolgimento del pubblico, che sembrarono guidare la conclusione del procedimento contro ogni attesa iniziale – è l’esito del processo civile, tenutosi un anno dopo.
In quell’occasione, ogni elemento della difesa venne fatto pericolosamente vacillare e l’imputato venne condannato a pagare, in totale, un risarcimento da 67 milioni di dollari.

Insomma, innocente oltre ogni ragionevole dubbio in sede penale, colpevole con aggravanti in sede civile, O.J. Simpson continuò la sua vita senza un giorno di prigione, almeno fino al 2008.

Come l’avvocato Dershowitz ebbe a dire: “Non siamo stati noi a vincere. Sono loro [l’accusa] che hanno perso”.