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La Baleniera Essex e l’origine di Moby Dick

Quella della Baleniera Essex è una delle storie nautiche più conosciute, non solo per la tragicità degli eventi capitati fra 1819 e 1821, ma anche perché lo scrittore Herman Melville avrebbe utilizzato parte di questo viaggio come diretta ispirazione per il suo famosissimo “Moby Dick”.
Ma cos’era la Baleniera Essex?

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La Essex era un’imbarcazione lunga circa 27 metri, probabilmente costruita fra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800, e ristrutturata intorno al 1819: era munita di ben 4 lance, cioè piccole barche utilizzate per la caccia alle balene. I cetacei venivano inseguiti, arpionati e trasportati alla nave madre, dove venivano trattati per l’estrazione del preziosissimo olio, venduto, poi, in tutta America.
All’epoca dei tragici fatti che ne decretarono la fama, il capitano della nave era James Pollard Jr, di appena 29 anni: il suo primo ufficiale era Owen Chase, ancora più giovane, mentre l’equipaggio era formato, in totale, da altre 18 persone, fra cui il giovanissimo mozzo quattordicenne Thomas Nickerson.
Il viaggio, della durata prevista di due anni, iniziò il 12 agosto del 1819 e non partì sotto i migliori auspici: due giorni dopo aver lasciato il porto di Nantucket, piccola isola a largo del Massachusetts, l’imbarcazione venne, infatti, colpita da una tempesta molto violenta, subendo danni allo scafo e alle vele.
Il capitano decise comunque di continuare verso Capo Horn, che venne raggiunto già nel 1820: i primi mesi dell’anno furono, quindi, caratterizzati da una caccia non troppo fortunata nel Pacifico e da alcuni racconti di altri equipaggi, che suggerivano di provare a spingersi più a largo, a circa 4500 Km a Sud Ovest dalla costa.
Lì, a detta di chi c’era stato, balene e capodogli nuotavano in grande numero e si poteva sperare di ottenere diverse centinaia di barili d’olio: la Baleniera Essex puntò dritta a questa destinazione.
A novembre, capitò l’impensabile: un capodoglio maschio particolarmente grande, sfuggito all’arpione, si scagliò contro la nave, affondandola.
L’inabissamento del relitto avvenne, comunque, molto lentamente e l’equipaggio, distribuito nelle tre lance sopravvissute all’impatto, riuscì a trasportare del cibo e dell’acqua nelle scialuppe: il 22 novembre 1820, i 20 uomini si ritrovarono soli, senza una barca, a 3700 Km a ovest del Sud America, con gallette sufficienti, forse, per un mese di mare.
Nonostante la vicinanza ad alcune isole non troppo conosciute, il Capitano Pollard scelse di dirigersi a sud, nella speranza di raggiungere il Cile o il Perù: in realtà, l’equipaggio raggiunse prima Ducie’s Island, dove lasciarono tre marinai particolarmente provati (William Wright, Seth Weeks e Thomas Chapple), e poi ripartì, trovandosi presto alla deriva.

Delle tre lance, una si perse durante una tempesta e i marinai che trasportava non vennero mai trovati, le altre due, che trasportavano Chase da una parte e Pollard dall’altra, si divisero, perdendosi di vista: nei terribili giorni di viaggio nel Pacifico, i due gruppi ebbero diverse perdite e i sopravvissuti dovettero cedere al cannibalismo nei confronti dei deceduti (alcune fonti riportano anche dei casi di “estrazione a sorte” per stabilire chi dovesse morire per garantire una minima sopravvivenza agli altri).
All’inizio del 1821 sia Chase che Pollard vennero recuperati: Chase venne trovato per primo il 12 febbraio dal Capitano William Crozier, mentre Pollard venne avvistato poco dopo dal Capitano Zimri Coffin della Baleniera Dauphin.
Chase tornò a casa 4 mesi dopo, a bordo della Eagle del Capitano William H. Coffin.

I sopravvissuti della Baleniera Essex furono, in totale, 8: James Pollard Jr, Owen Chase, Charles Ramsdale, Benjamin Lawrence, Thomas Nickerson e i tre marinai rimasti sull’isola, recuperati un anno dopo.