La Piccola Bastarda: che fine ha fatto la Porsche di James Dean?...

James Dean, morto a soli 24 anni nel 1955, è ancora oggi un’icona: di stile, sicuramente (anche grazie a lui, jeans e maglietta bianca spopolano indisturbati da oltre mezzo secolo), ma anche di “attitudine”. Con la sua faccia bellissima e squadrata, il suo sguardo a tratti trasognato, il suo indiscusso talento, le sue foto private che rivelano un animo profondo, le intense passioni per tutto ciò che è arte e la sua affascinantissima vena ribelle, è ancora oggi – per tanti – un modello da imitare, raggiungere, superare. Parte del suo essere ribelle si esprimeva anche con le auto: le sue preferite, le Porsche, lo accompagnarono per tantissimi anni e una di loro, la Piccola Bastarda, ne segnò anche la fine. Ma chi era la Piccola Bastarda? Era una meravigliosa Porsche 550 Spyder color argento, lunga, lunghissima, senza tettuccio: praticamente un missile, sia per linee che per velocità (220 Km/h con un passaggio da 0 a 100 in 10 secondi. Nel 1955…). Dean l’acquistò nel ’55, abbandonando la precedente 356 bianca: nemmeno il tempo di staccare l’assegno che l’auto finì a George Barris, famoso per aver progettato e prodotto alcune delle auto cinematografiche più famose di sempre (la macchina dei Flinstones, la Batmobile, il Generale Lee…). Barris gliela modificò, la rese ancora più aggressiva, perfetta per quelle gare su strada che la Warner Bros. aveva espressamente vietato a Dean, almeno durante le riprese. Dopo le modifiche, Barris gliela riconsegnò, manifestando un brutto presentimento: la Piccola Bastarda, soprannome scelto direttamente dall’attore, l’avrebbe fatto finire male. Il 30 settembre del ’55, la profezia si avverò. Mentre si trovava in auto, sulla sua Little Bastard, in compagnia di un amico, un’auto proveniente dalla direzione opposta non rispettò una precedenza, prendendoli in pieno: sulla Statale 46, in direzione...

Misteri dal mondo: La Pascualita messicana...

Al numero 801 della Calle Guadalupe Victoria di Chihuahua, Messico, è situato uno dei negozi più interessanti e misteriosi dell’intera nazione: “La Popular – La Casa de Pascualita”. Cosa lo rende così particolare? Un manichino, esposto in vetrina per la prima volta il 25 marzo 1930. Non è, però, un manichino uguale a tutti gli altri: un corpo di legno o plastica dai tratti vagamente umanizzati. Si tratta, invece, di una bellissima ragazza, realizzata talmente tanto nel dettaglio da sembrare vera. Anzi, i locali dicono proprio che sia una ragazza vera, un corpo mummificato, esposto agli occhi dei passanti mentre indossa con grazia un vestito da sposa: si tratta della Pascualita. Le dicerie sono iniziate subito dopo l’arrivo del manichino in negozio, quasi 90 anni fa: occhi di vetro molto dolci, una parrucca di capelli veri, mani solcate da vene e rughe, una pelle dalla tonalità stranissima e, addirittura, unghie spezzate iper realistiche. In molti hanno pensato che si trattasse della figlia della proprietaria, Pascuala Esparza: leggenda vuole, infatti, che la giovanissima ragazza – di cui si è perso il nome – sia stata uccisa da una vedova nera nel giorno del matrimonio. Per tenerla vicino e permetterle di essere la sposa che non aveva potuto diventare in vita, la madre l’avrebbe fatta imbalsamare perfettamente, l’avrebbe vestita e l’avrebbe portata con sé al negozio di famiglia. Certo, la proprietaria tentò immediatamente di fermare le speculazioni, ma ormai il danno era fatto: nel corso degli anni, alcuni hanno visto la Pascualita seguirli con lo sguardo, altri hanno notato strani movimenti, persino le commesse hanno alimentato il fuoco del gossip, sostenendo che la ragazza avrebbe vene in evidenza anche sulle gambe, tanto realistiche da sembrare vere. Ad oggi, la verità resta un enigma: il nuovo proprietario,...

Mitologia giapponese: Yokai e Yurei...

La mitologia giapponese raccoglie numerosissime credenze e miti, oltre ad un numero impressionante di “personaggi”, di creature: il solo pantheon shintoista, per esempio, include oltre 8mila Kami, cioè divinità (anche se la traduzione letterale di questo termine sarebbe più vicina a “oggetto di venerazione”. Il termine “dio”, infatti, può creare più di un equivoco). Fra gli spiriti inclusi all’interno di questo complesso sistema, a destare particolare interesse sono Yokai e Yurei. YOKAI La parola Yokai deriverebbe dall’unione di Yo, cioè maleficio, e Kai, cioè manifestazione inquietante: la traduzione più appropriata sarebbe quindi a metà fra “spirito” e “demone”. Queste creature non sono tutte uguali, ma si caratterizzano in modo decisamente differente: secondo la tradizione, alcune preferiscono stare lontane dagli uomini, mentre altre – attirate dal calore – rimangono a loro molto vicine. Molte di loro sono dotate di poteri soprannaturali e, generalmente, sono ritenute pericolose, spinte da motivazioni oscure. Fra gli Yokai più conosciuti: – gli Oni, simili a orchi, sono giganti mostruosi e malvagi – le Kitsune sono ingannatrici – la Yuki-onna è la Signora della Neve – Kappa, Tengu e Nure-onna sono, invece, in parte animali. Ad accomunarle, il legame con il fuoco e con l’estate, periodo dell’anno in cui il mondo degli spiriti si trova più vicino a quelli dei vivi. Gli Yokai si possono dividere in tre “famiglie” principali (a cui si aggiungono anche Yokai di altra natura): animali, umanoidi e oggetti. In Giappone si ritiene che alcuni animali posseggano dei poteri e che, arrivati ad una certa età, possano semplicemente trasformarsi: – i Bakeneko, per esempio, sono gatti molto anziani oppure molto grandi che manifestano il potere di cambiare forma. Possono creare sfere di fuoco e possono assumere sembianze umane: sono conosciuti perché tendono a rubare dalle case l’olio...

La Tavola Ouija: di cosa si tratta?...

La Tavola Ouija è uno strumento molto particolare: si tratta di una superficie piana, di solito in legno o plastica, caratterizzata dalla stampa (o l’incisione) di tutte le lettere dell’alfabeto, delle cifre numeriche da 0 a 9, di un si, un no ed una forma di saluto, di solito l’inglese “goodbye” (addio o arrivederci). Ideata a metà del XIX secolo (con precedenti illustri non meglio specificati né provati) e lanciata con successo sul mercato dalla metà del secolo successivo, la tavola viene utilizzata per le comunicazioni medianiche con gli spiriti: viene, cioè, utilizzata nel corso delle sedute spiritiche. Tavola Ouija: come si utilizza e da quando? I partecipanti si uniscono ad un medium, un tramite, appoggiando leggermente le dita ad un indicatore, di solito un triangolo di legno. A turno, vengono fatte delle domande a cui si possa rispondere con un si o un no, oppure formulando frasi più complesse: gli spiriti (o fantasmi, o presenze, o angeli o comunque li chiami chi decide di tentare il contatto) rispondono spostando l’indicatore verso le parole o le lettere giuste e componendo piano piano una o più parole. La seduta si conclude solo con un commiato. Gli inventori ufficiali di questo strumento sono Elijah J. Bond e Charles Kennard, che lo brevettarono nel 1890. Undici anni dopo, William Fuld ne rilevò i diritti e lo rimise in vendita con il nome “Ouija” (un’unione di francese e tedesco senza un’origine chiara): nel 1991, il trademark è passato all’azienda Hasbro. Una spiegazione razionale Chi non crede all’effettiva possibilità di connettersi con gli spiriti ritiene che ci sia una spiegazione molto semplice per il movimento – all’apparenza volontario – dell’indicatore sulla tavola: l’effetto ideomotorio. In poche parole, l’inconscio di chi appoggia le dita sul triangolo di legno genera un...

Jack o’ Lantern: la più famosa leggenda di Halloween...

Con il termine Jack o’ Lantern si intende la famosa zucca svuotata e decorata che viene utilizzata come lanterna durante la festività di Halloween: intagliata per essere simpatica oppure spaventosa, viene generalmente utilizzata nei paesi anglosassoni, ma la sua presenza si è diffusa in tantissimi paesi. Il nome Jack o’ Lantern deriva da una delle più famose ed antiche leggende collegate a questo particolare periodo dell’anno: la storia, di origine irlandese, racconta di un fabbro avido e furbo di nome Jack che, durante una delle sue solite bevute al bar, incontra niente meno che il Diavolo in persona. Ubriaco, il fabbro rischia di perdere l’anima, ma, con un astuto stratagemma, convince Satana a trasformarsi in una moneta: chiederà un’ultima birra e poi gli consegnerà il suo spirito. Il Diavolo si fa convincere, ma, una volta trasformatosi, viene beffato: il giovane mette, infatti, la moneta dentro al suo borsello, proprio vicino ad una croce d’argento. Pur di liberarsi, il Demonio gli promette altri dieci anni e se ne va. Dieci anni dopo, puntale, il Diavolo si presenta alla porta di Jack, chiedendogli l’anima: di nuovo, il fabbro lo inganna, chiedendogli di raccogliere una mela per lui prima di andarsene. Satana sale sull’albero e Jack intaglia una croce, in modo che non possa più scendere: una nuova discussione fra i due porta finalmente ad un accordo. Il Diavolo sarà libero e Jack non sarà mai più dannato. Il fabbro conduce, allora, una vita piena di peccati, comportandosi nei peggiori dei modi: alla morte, il Paradiso lo rifiuta, ma, memore dell’accordo, anche l’Inferno lo rifiuta, condannandolo ad un’esistenza infelice, fra la vita e la morte, senza riposo. Quando Jack fa notare al Diavolo che la strada è buia e fredda, il Diavolo gli risponde gettandogli un tizzone,...

La Baleniera Essex e l’origine di Moby Dick...

Quella della Baleniera Essex è una delle storie nautiche più conosciute, non solo per la tragicità degli eventi capitati fra 1819 e 1821, ma anche perché lo scrittore Herman Melville avrebbe utilizzato parte di questo viaggio come diretta ispirazione per il suo famosissimo “Moby Dick”. Ma cos’era la Baleniera Essex? La Essex era un’imbarcazione lunga circa 27 metri, probabilmente costruita fra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800, e ristrutturata intorno al 1819: era munita di ben 4 lance, cioè piccole barche utilizzate per la caccia alle balene. I cetacei venivano inseguiti, arpionati e trasportati alla nave madre, dove venivano trattati per l’estrazione del preziosissimo olio, venduto, poi, in tutta America. All’epoca dei tragici fatti che ne decretarono la fama, il capitano della nave era James Pollard Jr, di appena 29 anni: il suo primo ufficiale era Owen Chase, ancora più giovane, mentre l’equipaggio era formato, in totale, da altre 18 persone, fra cui il giovanissimo mozzo quattordicenne Thomas Nickerson. Il viaggio, della durata prevista di due anni, iniziò il 12 agosto del 1819 e non partì sotto i migliori auspici: due giorni dopo aver lasciato il porto di Nantucket, piccola isola a largo del Massachusetts, l’imbarcazione venne, infatti, colpita da una tempesta molto violenta, subendo danni allo scafo e alle vele. Il capitano decise comunque di continuare verso Capo Horn, che venne raggiunto già nel 1820: i primi mesi dell’anno furono, quindi, caratterizzati da una caccia non troppo fortunata nel Pacifico e da alcuni racconti di altri equipaggi, che suggerivano di provare a spingersi più a largo, a circa 4500 Km a Sud Ovest dalla costa. Lì, a detta di chi c’era stato, balene e capodogli nuotavano in grande numero e si poteva sperare di ottenere diverse centinaia di barili d’olio: la...

La Zona del Silenzio: di cosa si tratta?...

Situato in Messico, nel punto di incontro fra gli stati di Durango, Chihuahua e Coahuila, il deserto nominato “Zona del Silenzio” è uno dei più famosi e misteriosi al mondo. Protagonista di leggende urbane, racconti e storie, viene dai più considerato un vero e proprio luogo maledetto, caratterizzato da strani eventi, che lo accomunano al Triangolo delle Bermuda o alla zona delle Piramidi, con i quali, stranamente, condivide anche la posizione (fra il 26° ed il 28° parallelo). Ad alimentare la fama della Zona del Silenzio sono alcune storie in particolare, ritenute dai più attendibili. La prima riguarda Francisco Sarabia Tinoco, un aviatore messicano particolarmente esperto che, negli anni ’30, fu protagonista di un incidente quanto mai anomalo, mentre sorvolava proprio la zona di Durango: entrato con il suo velivolo nella Zona del Silenzio, la sua radio avrebbe progressivamente smesso di funzionare, emettendo prima suoni senza senso, poi solo rumore bianco incomprensibile. Il segnale si perse anche da terra e, temendo il peggio, alcuni uomini partirono alla ricerca del pilota: Sarabia venne trovato poco dopo, non molto distante dall’ultimo punto in cui le comunicazioni erano avvenute con successo, sano e salvo, ma spaventato. Secondo il suo racconto, tutta la strumentazione avrebbe iniziato a dare problemi e l’aereo, più che a volare, avrebbe iniziato a fluttuare, costringendolo ad uno stranissimo atterraggio di fortuna. Da quel momento, si rifiutò di sorvolare di nuovo la zona. Sempre in quel deserto sarebbe, poi, precipitato il Meteorite Allende, ancora oggi uno dei più studiati reperti provenienti dallo spazio: disintegratosi nell’atmosfera sopra la Zona del Silenzio, avrebbe ricoperto l’area con migliaia di piccoli pezzi, caratterizzati da elementi sconosciuti al nostro sistema solare. Secondo gli studi, il Metorite Allende avrebbe oltre 4 miliardi di anni e risulterebbe più antico del nostro...

I cosmonauti perduti

Quella dei cosmonauti perduti è una storia che circola, ormai, da oltre mezzo secolo: la leggenda narra che Gagarin, vero e proprio eroe russo (e non solo), non sarebbe stato il primo uomo a viaggiare nello spazio, ma, piuttosto, il primo a partire e tornare vivo. Perché prima di lui ci sarebbero stati almeno altri 10 lanci nel programma spaziale sovietico, finiti molto peggio. Ad oggi, gli unici cosmonauti URSS la cui morte in missione è stata confermata sarebbero i quattro piloti impegnati nelle missioni Sojuz 1 e Sojuz 11 (rispettivamente, 1967 e 1971): l’Unione Sovietica (poi Russia) non avrebbe mai dato per vere le voci secondo cui, ben prima del lancio di Gagarin, alcuni astronauti sarebbero stati inviati in missioni di prova e poi letteralmente “persi”, senza riuscire a far ritorno. Le prime indiscrezioni in questo senso cominciarono a circolare già nel 1959, quando lo scienziato Hermann Oberth affermò di aver saputo da una fonte che non poteva rivelare della morte di un astronauta partito poco tempo prima dalla base di lancio Kapustin Yar: naturalmente, la storia venne smentita. Nel dicembre dello stesso anno, però, l’agenzia italiana Continentale affermò che un esponente del partito comunista cecoslovacco aveva confermato la morte di tre cosmonauti in altrettante missioni spaziali: a supporto della notizia, iniziarono a circolare anche alcune foto di piloti in divisa. Quei piloti, il cui nome veniva riportato in calce, vennero, però, riconosciuti come membri di missioni mai confermate e mai partite, quindi come cosmonauti rimasti a terra. Anche il 1960 venne attraversato da voci di piloti perduti e vennero fatti anche alcuni nomi, come Vladimir Iljushin e Tokov. Le prove più incredibili a supporto di questa teoria arriverebbero, però, da Torino, dove due radioamatori, Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia avrebbero, nel...

Ca’ Dario: un mistero veneziano...

Ca’ Dario è un bellissimo palazzo dallo stile particolare, affacciato sul Canal Grande, a Venezia: costruito nella seconda metà del ‘400 per volere di  Giovanni Dario, venne realizzato mescolando ispirazioni ed elementi provenienti da culture e correnti differenti, portando alla meravigliosa convivenza di particolari gotici, rinascimentali e orientali. Alto, slanciato, largo appena 10 metri e leggermente pendente a causa di un cedimento strutturale, l’edificio è caratterizzato da marmi di diversi colori e pietre d’Istria, oltre che da una facciata asimmetrica ed un lato posteriore disomogeneo: tutti elementi che rendono Ca’ Dario unica e indimenticabile! Il poeta britannico Ruskin ne rimase così impressionato da descriverla minuziosamente nei suoi scritti, mentre Claude Monet la scelse come protagonista di una serie di quadri impressionisti, con stessa angolazioni, ma luci diverse: insomma, chiunque passi davanti a questo palazzo non può rimanere indifferente. Ma gli abitanti di Venezia e gli appassionati del mistero conoscono Ca’ Dario anche per un altro motivo, decisamente meno allegro: il palazzo sarebbe, infatti, vittima di una maledizione, che ricade senza scampo sui suoi proprietari. Tutto inizia con Marietta Dario, figlia di Giovanni e prima erede del complesso: suo marito, Vincenzo Barbaro, finì in disgrazia per una serie di perdite economiche e morì accoltellato; Marietta, disperata, si tolse la vita. Poco dopo, anche il figlio della coppia, Giacomo, cadde vittima di un’imboscata a Creta, suscitando grande scalpore fra gli abitanti della città. La frase posizionata all’ingresso, “VRBIS GENIO IOANNES DARIVS”, cioè “Giovanni Dario, in onore del genio della città”, venne modificata da qualche passante in “VRBIS GENIO IOANNES DARIVS a SVB RVINA INSIDIOSA GENERO”, cioè “Io genero sotto una insidiosa rovina”. La casa rimase di proprietà dei Barbaro fino all’inizio del XIX secolo, quando l’ultimo erede, Alessandro, la vendette ad un ricco commerciante di pietre...

Il Vampiro di Highgate: fra realtà e mistero...

Il Cimitero di Highgate, situato nell’omonima periferia a nord di Londra, è uno dei più interessanti luoghi di sepoltura inglesi, la cui bellezza è tale da avergli permesso di rientrare fra i monumenti di primo grado secondo l’English Heritage e fra le riserve naturali del paese. Costruito come parte del progetto “Magnificent Seven” ed aperto nel 1839, venne da subito apprezzato per lo stile gotico e, in epoca vittoriana, divenne luogo “alla moda” per le sepolture dell’aristocrazia (oltre che luogo di interesse per visitatori e turisti): fra le “tombe note” ci sono quelle di Karl Marx, Douglas Adams, George Eliot, Jean Simmons, John e Elizabeth Dickens (genitori dello scrittore Charles Dickens) ed Elizabeth Siddal. Proprio quest’ultima è al centro delle primissime voci che riguardarono la comparsa del Vampiro di HighGate. Elizabeth Siddal, conosciuta anche come Lizzy, era nota come poetessa, pittrice e modella per gli artisti preraffaelliti della metà dell’800: moglie del pittore Dante Gabriele Rossetti, ebbe una vita, purtroppo, molto breve, che si concluse nel 1862 con una dose eccessiva di laudano ed un più che sospetto suicidio, tenuto nascosto per non creare problemi alla famiglia (all’epoca, togliersi la vita era considerato un crimine e sarebbe costato alla Siddal la sepoltura in un cimitero consacrato). All’atto della chiusura della tomba, il marito avrebbe lasciato fra i suoi capelli un quaderno pieno di poesie d’amore dedicate alla moglie: pochi anni dopo, nel 1869, ossessionato dall’idea di pubblicare i suoi scritti, Rossetti richiese ed ottenne di disseppellire Elizabeth per riprendersi il manoscritto. Secondo alcuni testimoni  – ma permane più di un dubbio rispetto alla storia che cominciò a circolare subito dopo la riapertura della tomba – la bara, aperta di notte per non destare inutile scalpore, avrebbe rivelato il corpo della Siddal ancora in perfette...

Viaggi alternativi: il mistero della foresta Hoia Baciu...

Situata nei pressi di Cluj Napoca, in Romania (precisamente in Transilvania), Hoia Baciu è una foresta piuttosto grande, che si estende per circa 250 ettari ed ha un’età di 200 anni: protagonista di leggende, misteri e storie più o meno conosciute, è considerata la più infestata del mondo! Perché? Perché da molti anni, in particolar modo a partire dagli anni ’60, Hoia Baciu è diventata teatro di strane sparizioni/apparizioni e di interessanti avvistamenti di UFO. Fra le storie che vengono maggiormente ripetute, c’è la scomparsa di un pastore e delle sue 200 pecore, la temporanea sparizione di una bambina, tornata 5 anni dopo essere entrata nella foresta senza essere invecchiata di un giorno e convinta fossero passate poche ore, e la momentanea sparizione di una donna, ritornata dopo giorni con una moneta del XV secolo in tasca. Naturalmente, queste leggende, e la conseguente teoria riguardante la presunta presenza di un varco temporale all’interno del bosco, possono essere facilmente contestate ed inserite nel vasto mondo del folkore, già piuttosto sviluppato in una regione come la Transilvania, famosa in tutto il mondo per racconti molto simili. Hoia Baciu, però, è davvero una strana foresta. Pur avendo oltre 200 anni, gli alberi sembrano molto più recenti e giovani: a destare sospetti è, poi, la loro forma. Non sono, infatti , “classici” tronchi verticali, ma piuttosto curvi, contorti, quasi piegati su se stessi. Chi ha visitato la foresta ha, poi, confermato di essersi sentito osservato, seguito da qualcosa nascosto nell’ombra ed alcuni hanno detto di aver perfino sentito sussurri e voci fra gli arbusti: in generale, in tantissimi hanno manifestato disagio e hanno provato diversi malesseri, fra cui ansia, mal di testa, nausea e leggere ustioni. Perfino uno dei biologi chiamati a studiare la zone, Alexander Sift, venne...

Il Faro delle Isole Flannan: un mistero ancora irrisolto...

Le isole Flannan si trovano a largo della costa occidentale della Scozia e sono conosciute anche come Sette Cacciatori, o Seven Hunters: il loro nome deriva dall’omonimo Vescovo Flannan che, nel 1600, decise di trascorrere gli ultimi anni della propria vita in solitudine proprio su uno di questi isolotti. Alla sua morte, non rimase quasi nulla, tranne una cappella e, appunto, il nome. Nel corso dei secoli successivi, però, i Sette Cacciatori cominciarono ad essere interessati dal passaggio di moltissime imbarcazioni, coinvolte in nuove rotte commerciali a largo della Gran Bretagna: gli incidenti iniziarono a verificarsi con sempre maggiore frequenza e, nel 1895, per cercare di limitare i danni ed aiutare i marinai, la Northern Lightouse Board decise di costruire un faro sull’isola più grande, Eilean Mor. La costruzione del faro, alto ben 23 metri, venne ultimata in circa quattro anni e comprese anche la preparazione di luoghi adatti allo sbarco, l’installazione di scale e la sistemazione di alcuni binari, necessari a trasportare viveri e materiali più rapidamente sull’isola: all’epoca, questo genere di costruzioni necessitava di un personale minimo, impegnato a spegnere e accendere la luce notturna e ad occuparsi del buon funzionamento e della corretta manutenzione della struttura. Poco prima dell’inaugurazione del faro, avvenuta il 7 dicembre del 1899, vennero, quindi, scelti quattro uomini di comprovata esperienza e serietà: Thomas Marshall, un ex marinaio, James Ducat, capo guardiano, Donald McArthur, marinaio e guardiano, e Joseph Moore, già impegnato in passato in incarichi simili.  I quattro si misero d’accordo su turni da sei settimane di lavoro e due di riposo: a rotazione, in tre sarebbero rimasti al faro e uno sarebbe tornato sulla terra ferma. I primi mesi di lavoro andarono piuttosto bene e non si segnalarono particolari problemi: alla fine dell’anno successivo, però,...

Leggende dalle Barbados: la cripta dei Chase...

Nel cimitero della Chiesa Parrocchiale di Cristo ad Oistin, alle Barbados, c’è una cappella molto particolare, chiusa da un pesante portone in marmo e in parte sommersa dal terreno, in corrispondenza della cripta. L’edificio, costruito durante la prima metà del ‘700, aveva già ospitato il riposo di Elizabeth Elliot, poi spostata (anche se non ci sono documenti che si riferiscono a questo passaggio), e di Thomasina Goddard, della famiglia Walronds, quando venne acquistata all’inizio dell’800 da Thomas Chase, facoltoso colonnello, noto per la sua severità. Il colonnello la scelse come luogo di sepoltura di famiglia, senza spostare il feretro della Goddard: nel 1808, la cripta venne aperta per accogliere Mary Ann Chase, morta in tenera età. Poco dopo, nel 1812, la cappella venne di nuovo utilizzata, questa volta per Dorcas Chase, figlia maggiore del colonnello, lasciatasi morire, si diceva, di inedia a causa dei difficili rapporti con il padre. La cripta dei Chase si riaprì quasi esattamente un mese dopo, questa volta per ospitare proprio il pesante feretro in metallo del colonnello, forse morto suicida: al momento di collocare i resti all’interno della cappella, però, gli uomini si trovarono di fronte ad uno spettacolo incredibile. Le bare delle due Chase erano spostate, capovolte, appoggiate contro le pareti: dalla cripta non mancava nulla, ma gli spostamenti erano inspiegabili. Forse un atto di vandalismo, forse un tentativo di furto andato male: il feretro del colonnello venne posizionato e le bare delle due figlie rimesse al loro posto. Si prese solo la decisione di chiudere meglio il portone, sigillandolo il più possibile. Il terribile spettacolo, però, continuò: ad eccezione delle spoglie della Goddard, che rimanevano sempre al loro posto, tutte le altre bare continuavano a spostarsi in modo impossibile, addirittura scheggiandosi e rovinandosi negli urti con le...

Lo Stanley Hotel: una meta per appassionati di misteri!...

Lo Stanley Hotel è uno degli alberghi più famosi degli Stati Uniti: situato in Colorado, sarebbe stato scelto da Stephen King come ispirazione per il famoso Overlook Hotel, l’edificio in cui Jack Torrance e famiglia  vanno ad abitare per l’inverno nel famosissimo Shining (il romanzo uscì nel ’77, il film nell’80). A quanto pare, lo scrittore statunitense avrebbe soggiornato nella camera 217 dell’hotel prima di dedicarsi al romanzo e lo avrebbe scelto come ambientazione ideale, pur cambiandone il nome: lo Stanley Hotel non è presente nemmeno nella pellicola, per cui vennero utilizzate principalmente ricostruzioni all’interno di studios appositi e riprese aree di un altro impianto, il Timberline Lodge. Eppure, strane voci circolano attorno a questo edificio e sembrano giustificare l’interesse di Stephen King: nel 1911, la stanza 217 sarebbe, per esempio, stata teatro di un’esplosione che avrebbe quasi ucciso l’allora capo-governante Elizabeth Wilson. La Wilson rimase ferita e decise di non entrare più in quella camera: però, dalla sua morte, avvenuta nel 1950, una presenza sembra prendersi particolare cura della 217, lasciando dolci, vestiti piegati o fiori. Le altre stanze non sono da meno: luci che si accendono e si spengono, oggetti che si spostano, corse e risate di bambini nei corridoi… i fantasmi dei coniugi Stanley passerebbero molto tempo fra Music Room, uffici e sala del biliardo, mentre il secondo piano sarebbe “abitato” da una bambina che vaga in cerca della tata. Le camere infestate sono tre: la già citata 217, la 407 (dove sarebbe possibile sentire l’odore del tabacco della pipa del defunto Conte di Dunraven, precedente proprietario del terreno) e la 418, occupata da spiriti di bambini. Naturalmente, lo Stanley Hotel ha cavalcato l’onda del successo, soprattutto da quando, nel 1997, è stato scelto per ospitare le riprese della serie “Stephen...

TEORIE DEL COMPLOTTO: RETTILIANI, SCIE CHIMICHE ED ALTRE STRANEZZE...

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di teorie del complotto. Accordi fra super potenze, morti sospette, battaglie, guerre e crisi pilotate ed abilmente messe in scena, avvistamenti di Elvis… insomma, ogni paese, ogni settore commerciale, ogni area politica ha la sua! Ma quali sono le più conosciute e condivise? Quali di queste “stranezze” raccolgono il maggior numero di sostenitori? Scopriamone qualcuna! 1 – UNDERGROUND REICH: secondo alcuni appassionati di storia e politica, i gerarchi nazisti, almeno i principali, non sarebbero morti tutti negli anni ’40, ma si sarebbero riorganizzati tenendosi nell’ombra e realizzando un Reich sotterraneo, capace di coinvolgere anche diversi marchi e tante famiglie in vista. Lo scopo? Controllare la società, naturalmente. 2 – SBARCO SULLA LUNA: niente viaggio, niente sbarco, niente astronauti che saltellano sulla superficie lunare. Quello del 1969 è un film girato con chiare intenzioni propagandistiche: sottolineare e celebrare la superiorità degli USA sull’URSS. Chi è il regista dell’allunaggio? Stanley Kubrick! 3 – I KENNEDY: JFK venne ucciso il 22 novembre del 1963. Ma da chi? Ben il 61% degli americani non crede che Lee Oswald abbia agito da solo: ad aiutarlo, alternativamente, la mafia, il governo, la CIA, Castro o i gruppi razzisti. E suo figlio? John F. Kennedy Jr. si inabissò in mare con il suo aeroplano il 16 luglio del 1999: nell’incidente morirono anche la moglie e la cognata. Alcuni, però, non pensano sia stato un incidente, ma, piuttosto, un attentato, portato a termine con lo scopo di eliminare uno dei possibili candidati alla Casa Bianca nel turno che vide Al Gore e Bush Jr. a confronto. 4 – CATACLISMI VARI: Giappone, Haiti e Pakistan: i terremoti, le inondazioni e le calamità meteorologiche che hanno colpito questi paesi deriverebbero dall’utilizzo da parte degli americani...